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Figisc Anisa News 38/2012

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SITUAZIONE  DEL  SETTORE E  NODI DA SCIOGLIERE NELL’ANALISI  DELLA PRESIDENZA  FIGISC

Di seguito si pubblica una sintesi del docu­mento che è stato alla base del dibattito e delle analisi dei lavori della Presidenza Na­zionale di FIGISC CONFCOMMERCIO, riuni­tasi lo  scorso  11  settembre  a  Roma.

Tutti i problemi sono dove li abbiamo lasciati a fine luglio     

«Alla ripresa dopo la sosta feriale ci ritro­viamo a partire dallo stesso cumulo di problemi e dalla stessa agenda che è stata fissata dal protocollo sottoscritto il 27 lu­glio con il Ministero dalle tre organizza­zioni di categoria, da una parte, e da in­dustria petrolifera e retisti dall’altra, un documento che ha solamente rimandato alle prossime settimane le verifiche ed il confronto sui nodi più spinosi della fase che stiamo attraversando – contrattua­listica, accordi scaduti, tutela del margine del gestore, ecc. -, mentre in mezzo c’è stato il protrarsi della lunga vicenda estiva dei megasconti di fine settimana di alcune aziende  petrolifere.

Sul rinnovo degli accordi scaduti, i fret­tolosi incontri che si sono tenuti ad inizio agosto non hanno portato elementi di qualche novità, stante anche il carattere di tali incontri, indetti solo per adempiere da parte delle compagnie in via pura­mente formale all’agenda dettata dal Pro­tocollo.

Sulla contrattualistica, si è rimasti al palo sulla questione di fondo già contenuta nel­la formulazione dell’articolo 17 della legge «liberalizzazioni», ossia quella del livello delle contrattazioni che, se consente stru­menti giuridici anche diversi dal conso­lidato contratto di comodato e di fornitu­ra in esclusiva, da concordarsi tra le rap­presentanze delle parti [organizzazioni dei gestori da un lato, organizzazioni dell’in­dustria petrolifera e dei retisti dall’altro],rimanda però ad una contrattazione di dettaglio sui contenuti economici che deve avvenire tra rappresentanza dei gestori e singola azienda. E se questo è il contesto normativo, la reale tendenza dell’industria petrolifera sarebbe quella di voler fram­mentare questo passaggio con una discesa diretta al singolo gestore, così vanificando la  contrattazione  collettiva.

Su questo nodo, il Ministero ha fatto pres­sione, «minacciando», in caso di mancato accordo, di sostituirsi alle parti, sia pure solo per stabilire non certamente i conte­nuti di dettaglio, ma più semplicemente la fattispecie giuridica dei nuovi contratti [il franchising piuttosto che l’affitto d’azienda, il rapporto di commissione piuttosto che altre formule del codice civile], ma neppure questo cambia il senso della partita in cor­so.

Mentre si svolgeva la mobilitazione dei gestori e poi, dopo la firma del Protocollo, sono continuate le iniziative commerciali – già avviate da metà giugno – caratterizzate dai megasconti del week end, che si sono tradotte:

a) in una dissipazione di margini industria­li delle aziende [se ne è dato conto più volte su Figisc Anisa News fin dall’inizio della campagna estiva; un dato su tutti che abbiamo sottolineato, quello relativo ai margini aziendali che, sull’intero periodo degli sconti, sono scesi ad un li­vello pari alla metà dei relativi costi sostenuti];

b) in uno sperpero di risorse che dovremo a tutti i costi evitare che si traduca in comodissimo alibi per le aziende per andare ad eventuali teorici rinnovi dei contratti tappandoci la bocca con la storia  delle  borse  vuote;

c) nella discriminazione [scientemente voluta nel contesto di una faida sot­terranea tra industria petrolifera e Concessionari] di un intero segmento di  rete:  le  autostrade; 
d) in una divisione della Categoria tra ge­stori che hanno visto erogati impen­sabili nei loro impianti (sia pure con una radicale mutazione del proprio modo di lavorare) e gestori cui sono stati sottratti erogati che erano già insufficienti a garantire un minimo e­quilibrio  gestionale; 
e) in una rottura di ogni forma di re­siduale  «solidarietà»  della Categoria; 
f) in una prova di forza generale sia sui gestori che sui consumatori sull’uso del self  prepay; 
g) in un’ulteriore prova di forza per rimo­dellare e snellire la rete, fatta a colpi di mercato, anziché dedicare risorse per creare gli ammortizzatori di si­stema alla fuoruscita di un certo nu­mero di punti vendita marginali od obsoleti;
h) in una perdita di credibilità generale del sistema, in parte attutita dallo stordimento del consumatore per gli sconti impensati, ma che verrà fatta pesare ora che siamo tornati alla nor­malità e per di più in una fase di prezzi più alti rispetto a quando gli sconti so­no  partiti.

In questa vicenda, inoltre, ha pesato il consolidato meccanismo di chiedere ed imporre al gestore o una compartecipa­zione con una parte del proprio margine (ESSO solo per fare un esempio) o co­munque una forte modificazione delle mo­dalità gestionali con conseguenti costi non coperti (ENI), ed in ogni caso esponendo il gestore a fare da banca alle aziende con l’anticipazione di sconti che valevano ben quattro/cinque volte o più il margine lordo nominale.

A ciò si aggiunga il crollo dei consumi [an­che con i dati di agosto la china del 9 % sulla rete distributiva nazionale non è stata rimontata dai mega sconti di fine set­timana, che hanno corretto tale tracollo di poco più di mezzo punto percentuale], la fiscalità crescente, che è stata responsa­bile da un anno a questa parte del 60 % dell’aumento dei prezzi dei carburanti, ed, infine, l’essere sul fondo di una crisi re­cessiva dell’economia italiana [ma anche europea], con una perdita del reddito delle famiglie, dell’occupazione, delle potenzia­lità dei consumi e pesantissime condizioni di indebitamento di privati, imprese, istituzioni e  Stato.»

Non c’è tempo per scoramenti, bisogna andare avanti

«É inevitabile che in questa situazione di­sagio, sofferenza ed assoluta incertezza ca­ratterizzino non solo i singoli gestori, ma anche i gestori «sindacalizzati», i dirigenti, e che la rappresentanza sindacale ed i suoi dirigenti si interroghino sul perché si sia giunti ad un simile stato di cose, sulle man­chevolezze e sugli errori, su quale possa es­sere un possibile futuro residuale, sulla rap­presentatività reale delle organizzazioni di categoria.

Ma, rispetto a questi giusti interrogativi e più che comprensibili stati d’animo, credia­mo che si debbano porre in essere tutti gli sforzi ed i confronti che possano fare uscire, sia pure attraverso non facili cambiamenti, dal  tunnel  la  categoria  dei  gestori.

Non c’è neppure il tempo per scoraggiarsi: davanti c’è un lavoro immane da fare sui vari fronti aziendali ed istituzionali, va recuperato un rapporto di vicinanza con i gestori, c’è da gestire un confronto di idee e di proposte con le altre organizzazioni che -senza esasperare drammatizzazioni che non fanno parte del nostro carattere - punta a conseguire unità ed  obiettivi possibili enecessari, sia pure nella chiarezza e nel realismo, ci sarà da andare ad iniziative di mobilitazione nei termini che concordere­mo tutti assieme, e tutto questo in un cambiamento radicale di questo settore ed in una fase di crisi generale. L’ultima cosa che dovremmo fare in questa congiuntura sarebbe quella di sederci a guardare nel vuoto o lasciarci vincere dalla paura o dall’autocommiserazione.

Vi saranno non poche battaglie – sia in senso proprio che in senso metaforico - da combattere, e tutto, in sintesi, è peraltro una continua guerra: ed è per questa ra­gione che servono più che mai lucidità, concretezza ed una intatta voglia di an­dare avanti, cercando di tirare fuori an­cora una volta tutto ciò, con un senso di reale responsabilità verso i singoli asso­ciati  e  verso  tutti  i Gestori.»

I fattori centrali che hanno cambiato il sistema

«Le questioni centrali che hanno inciso gravemente sulle conquiste passate della Categoria in questi anni sono state pro­gressivamente due o tre: la fine del “si­stema chiuso” e quindi una concorrenza prima esterna e poi interna, i prezzi che incidono sui margini, da ultimo l’irrompere delle  “macchinette”.

La fine del “sistema chiuso” è cominciata quasi vent’anni fa con la fine dei prezzi amministrati [quando i ricavi del sistema erano spartiti al livello dello Stato ed in questa nicchia ci stava il compenso del gestore], e tutti pensarono allora che ciò potesse affidare una maggiore libertà al gestore sul prezzo finale, poi con la fine della negoziazione collettiva dopo l’istrut­toria Antitrust del 1999 [quando è partita la negoziazione frammentata a livello azien­dale degli accordi], da un lato, dall’altro con la liberalizzazione di Bersani del 1998 che ha aperto il mercato, sul quale pian piano sono arrivati gli “altri” soggetti e gli inte­ressi, che poi hanno pressato per le libe­ralizzazioni successive che continuano tut­tora a ritmo pressoché continuo – deter­minate da logiche ancora diverse da quelle di allora, e che hanno cambiato la fisio­nomia della rete e persino dei singoli im­pianti.

L’apertura del mercato ha significato aprire lo spazio alla creazione di una rete alter­nativa, i no-logo, su cui scaricare dapprima l’onere degli investimenti sulla rete e più tardi riversare - senza gli oneri della rete per l’industria petrolifera - i “lunghi” di la­vorazione di un’industria di raffinazione pro­gressivamente sempre più in crisi. Si è sviluppato il canale extrarete spurio, quello dei prezzi di cessione che hanno consentito l’altissima competitività delle pompe bian­che e la politica di rapina degli erogati. Di qui si è sviluppato il primo iperself – rispo­sta schizoide dell’industria petrolifera che, dopo aver favorito la nascita delle pompe bianche, ha inteso comunque difendere le proprie quote di mercato sulla rete, via via imponendo al gestore di sacrificare quote progressive del proprio margine con la compartecipazione agli sconti -, con sem­pre  ulteriori  versioni più  aggressive.

Prezzi internazionali elevati, rete sovradi­mensionata e mai razionalizzata e fiscalità sempre più imponente hanno fatto discu­tere per anni e anni dei prezzi troppo alti, dei divari con l’Europa, hanno fatto ricer­care economie marginali, soluzioni magi­che e modelli alternativi, finché è esploso il problema della selfizzazione, visto come il toccasana per ridurre i prezzi. Di qui la questione “macchinette”, ovunque con e senza gestore, che nella logica di ognuno è letta con mille diverse finalità, una per ogni parte  in  gioco:

  1. per i Governi una facile strada per met­tere da parte la questione della ristrut­turazione della rete e di passi indietro su liberalizzazioni affrettate ed inutili, nonché quella, tutta mediatica, del confronto con il prezzo industriale del­l’Europa selfizzata, continuando ad in­crementare il peso della fiscalità sui carburanti, una strada percorsa con coerenza fin dal “tavolone” di riforma organizzato  nel  2010;

  2. per le aziende petrolifere un modo per ribadire la propria posizione nel setto­re, difendere il proprio mercato dai concorrenti delle pompe bianche, cac­ciando il gestore nel vortice di compe­tere per gli erogati a sacrificio del pro­prio    margine    e,    di    riflesso, per abbattere una parte dei costi di distribuzione, moderare il prezzo a carico dei gestori, cambiare i consolidati comportamenti consumeristici, nonché ottenere un di­magrimento  “chirurgico”  della  rete;

  3. per i competitori del libero mercato uno strumento per “ghostizzare”, per abbas­sare il costo degli investimenti per la lo­ro entrata sul mercato stesso e sottrarre quote  alla  concorrenza;

  4. per i gestori, a torto od a ragione, solo il mezzo di espellerli via via dal mercato, per eliminare la «manualità», per “tosa­re” sempre più i margini, insomma, per la  morte  della  Categoria.

Analisi note, si dirà, ma va opportunamente rilevato che si è trattato di questioni “strut­turali” di sistema e non certamente solo di maggiore o minore potere contrattuale tra le parti del sistema. Si è trattato, insomma, di un progressivo mutamento di pelle, oltre ed al di là del gestore e dei suoi rapporti funzionali ed economici all’interno di questo settore. E che, nel prosieguo di queste vi­cende, si sono maturate spesso da parte delle organizzazioni di categoria convinzioni che non hanno poi retto ai cambiamenti in peggio che questo settore ha visto suc­cedersi, e si sono dovute sostenere guerre che hanno visto coalizzati contro i gestori poteri ed interessi di straordinaria ampiez­za.

Si è già detto, per fare un esempio, che con la fine del sistema del prezzo amministrato tutti erano convinti che si aprisse una sta­gione di maggiore autonomia per il gestore [che poteva “fare” il prezzo]. In meno di vent’anni, il mercato, ha fatto piazza pulita di tutto ciò, al punto che oggi FIGISC chie­de, ad esempio, il ritorno al prezzo ammi­nistrato.

Un altro esempio: tutti erano convinti che la prima riforma [il decreto 32/1998] fosse la strada per una razionalizzazione e moder­nizzazione della rete, ottenibile, peraltro, con tutti gli ammortizzatori per garantire l’uscita dal sistema dei gestori dei punti vendita da chiudere. Ma già nel 2000, con la   fine    del   periodo   transitorio    del   32/1998, si andò alla liberalizzazione tout court, pe­raltro nello stesso periodo in cui finiva la contrattazione  collettiva.

E le liberalizzazioni che si sono susseguite [in particolare quella del 2008] hanno visto tutto il “resto del mondo” - Unione Europea, Governi italiani, associazioni dei consumatori, grande distribuzione – con­tro i gestori, circostanza aggravata dal fatto che le redini della legislazione sono diventate sempre più in mano a poteri sempre più lontani ed autoreferenziali co­me l’Europa delle Commissioni, una antici­pazione di quanto succede oggi su scala generale  nella  politica  e  nell’economia.

Eppure, se dopo tutto questo processo di radicale cambiamento – che, si ribadisce, ha toccato a livelli progressivamente con­centrici, l’economia, il mercato, infine il settore – di battaglie difficili, di convin­zioni spesso dimostratesi illusorie, ci si rinchiudesse a discutere solo del passato, non è da ciò che ne verrebbe qualcosa di utile  alla  fase  che  stiamo  vivendo.

Ricorriamo ancora ad un esempio [se ne potrebbero fare, beninteso, altri, a partire dal primo iperself del 2007 all’iperself 24 del 2012]: gli sconti del week end hanno visto aderire [o soccombere, a seconda di come si sia vissuta o si voglia giudicare la cosa], circa 5.000 gestioni: un numero elevatissimo rispetto al totale dei gestori della rete. Sono stati solo tutti “vittime” di pesanti pressioni  delle  aziende  o  tra  questi ci sono  stati troppi “colleghi  che  sbagliano”?

E se anche questo deve essere un elemento doveroso di riflessione su quello che è il ruolo del singolo gestore e delle sue scelte sul mercato, piuttosto che sull’efficacia della funzione delle sue organizzazioni di rappre­sentanza, in ogni caso dobbiamo evitare di fossilizzarci ad accentuare le divisioni, a fa­re improbabili letture delle scelte, giuste o sbagliate, del passato, cercando per contro di assolvere con responsabilità il dovere di continuare a dare, nonostante tutto, una prospettiva ed una probabilità di futuro alla nostra gente.»

Sui contratti la priorità di tagliare il no­do scorsoio prezzo-margine

«L’appuntamento con i nuovi contratti si fa, giocoforza,  imminente.

Senza esclusivismi, senza la pretesa di ri­durre lo spettro delle scelte possibili, senza voler negare che già leggi e protocolli par­lano di “condizioni eque”, di “salvaguardia del margine del gestore” [ma i princìpi sono cose bensì a cui richiamarsi, ma non sempre efficaci a dare adeguata coper­tura contro chi non li rispetta] che non hanno alcun concreto effetto pratico, la questione centrale è quella di dover anzi­tutto tagliare quel nodo scorsoio che oggi stringe il collo del gestore nella indisso­lubilità del  legame  tra  prezzi  e  margini.

Per un mercato in cui margini di distribu­zione, concorrenza, doppio canale rete-ex-trarete, proliferazione dei punti vendita, sono quelli che si sono venuti conformando in questi anni, si può ancora seriamente parlare del gestore così come si è conso­lidata questa figura fino ad oggi, prima garantita, ma poi strozzata dal rapporto di comodato/esclusiva, il cui equilibrio è stato infranto dalla necessità di compartecipare agli sconti mettendoci parti sempre più rilevanti  del proprio  margine?

Proprio traguardando in prospettiva alle trasformazioni/involuzioni di questo setto­re, non è più possibile mantenere la posizione tradizionale del gestore che, con la scusa [pietosa finzione] di essere «il fat­tore» del prezzo finale, compra e vende a suo onere la merce, si fa carico di difen­dere il mercato mettendoci del suo mar­gine, e per una irrisoria e teorica libertà di un prezzo massimo è costretto a gettare valori che valgono due o tre volte la libertà  del  prezzo  massimo.

Bisogna, dunque, sciogliere il rapporto che lega – secondo l’uso che ne è stato fatto in questi anni nella rete - il margine ed il prezzo, quest’ultima una variabile di mer­cato che può solo continuare secondo le tendenze più recenti e semmai peggio­rare, per riportare al centro della trat­tativa il valore stabilmente determinato della remunerazione del servizio offerto da una figura imprenditoriale che organizza risorse umane nel contesto di una filiera distributiva, indipendentemente dai fattori delle  politiche  commerciali del prezzo.

Nella legge sulle liberalizzazioni gli spazi aperti per lo scioglimento del vincolo di e­ sclusiva non hanno certo consentito, né ragionevolmente avrebbero potuto, liber­tà senza corrispettivi dazi da pagare, a­vendo ancorato stabilmente la possibilità di rimuovere l’esclusiva di fornitura all’obbligo di corresponsione di una royalty per marchio ed investimento, che - in altri termini più prosaici - si chiama affitto d’azienda.

La priorità tra i contratti possibili – questa la posizione FIGISC – sembra pertanto do­versi accordare a quello che si chiama, in termini lati, contratto di commissione qua­le fattispecie giuridica che può aiutare a sciogliere quel nodo e che dovrà essere oggetto di contenuti economici che tengano conto delle risorse da impiegare su un im­pianto, a seconda delle sue caratteristiche, in abbinamento con il tradizionale como­dato  dell’impianto.

Una formula contrattuale – se non l’unica – quella più ragionevole almeno per tutte quelle gestioni – la quasi totalità – che non sono certo nelle condizioni per operare sul mercato bensì senza vincolo di esclusiva, ma con l’assunzione di un doppio onere: per attuare gli investimenti o, in alterna­tiva, per corrispondere un canone non lieve per l’affitto di azienda, da un lato, e, dal­l’altro, in ogni caso, di doversi confrontare sul piano dei prezzi direttamente sul mer­cato e con ben più agguerrite e più strut­turate  concorrenze.»

IMPOSTE  CARBURANTI: IPOTESI IN MOVIMENTO. LA  FRANCIA HA DIMINUITO

L’Italia continua ad avere le imposte più al­te sui carburanti: nella rilevazione dei prez­zi effettuata dalla Commissione Europea per il 10 settembre, su 1,890 euro/litro di prez­zo medio al pubblico per la benzina, ben 1,071 sono assorbiti da imposte, su 1,778 euro/litro di prezzo medio al pubblico per il gasolio, ben 0,926 sono assorbiti da impo­ste, accise statali e regionali ed imposta sul valore  aggiunto.

Qualcosa comincia a muoversi su questo fronte: la Regione Toscana, ad esempio, ha deciso di rimuovere dalla fine del mese di settembre l’addizionale regionale di accisa sulla benzina: un balzello che vale ben 6 centesimi/litro con IVA e che fa del prezzo della benzina in Toscana  il  più  caro  in  Italia.

Sul fronte statale – dopo una stagione di progressivi e spesso pesantissimi aumenti che sono stati responsabili del 60 % del­l’aumento del prezzo nel corso dell’ultimo anno – sembra si vada rispolverando la ri­ cetta, tanto obsoleta, quanto inefficace, della «sterilizzazione delle accise» sui carburanti, sulla base di un meccanismo già introdotto, da ultimo, nel marzo del 2008. La riduzione entrerebbe, cioè, in vigore solo a determinate condizioni di dislivello tra le quotazioni internazionali del greggio effettivamente correnti e le quotazioni previste dai documenti di pro­grammazione economica e finanziaria del Governo  italiano.

L'intervento – si dice negli ambienti go­vernativi - sarebbe previsto entro un mese dalla fine del terzo trimestre, quindi tra la fine del mese di ottobre ed i primi del mese di novembre. Ben misera la «trippa» a disposizione: il ribasso alla pompa non sarebbe superiore a 1-2 centesimi di euro al litro e con un tetto di spesa non supe­riore a circa 242 milioni di euro, una goc­cia  nel  mare.

Frattanto, la Francia di Hollande, nel giro di solo qualche settimana ha fatto – non solo a parole! – un piccolo passo in avanti: dall’inizio di settembre, infatti, ha diminuito le proprie accise [che già erano inferiori a quelle italiane] di 3,0 eurocent/ litro, ossia 3,5 IVA compresa, che in Fran­cia, peraltro, è anch’essa inferiore di quasi un punto  e  mezzo  e  pari  al  19,6.

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CONSUMIDIAGOSTO: NIENTE  INVERSIONI  DI TENDENZA  DAI  MEGASCONTI

I dati sui consumi di agosto, pubblicati l’al­tro giorno dal Ministero, denunciano una perdita complessiva di 324 milioni di litri rispetto allo stesso mese dello scorso anno [3,397 miliardi di litri contro 3,722], pari a 8,72 punti percentuali; due terzi delle per­dite riguardano la rete [217 milioni di litri e 7,86 punti percentuali]; anche l’extrarete perde un 11,20 % e 107 milioni di litri. Solo il gpl guadagna un 5,41 %, ma l’in­cremento in volume non supera gli 11 mi­lioni  di  litri.

Sul periodo dei primi otto mesi dell’anno, rispetto allo stesso intervallo del 2011, i quantitativi di consumi perduti sono saliti a 2,428 miliardi di litri [- 8,11 %], di cui ol­tre il 75 % nella rete, con 1,832 miliardi di litri e 8,51 punti percentuali in meno, mentre la perdita in extrarete è di 596 mi­lioni  di  litri  [-  7,10  %].

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Anche in questo confronto il gpl rappre­senta l’unico segno positivo: un incre­mento pari ad un + 5,60 % ed a 85 mi­lioni di litri, tuttavia sufficiente a compen­sare solo una quota minimale del 3,5 % delle perdite assommate di benzina e gasolio.

andamento

La «correzione» che due mesi interi di mega sconti nel week end [con volumi che ENI, da sola, ha dichiarato essere su­periori al miliardo di litri] hanno impres­so all’andamento dei consumi nella rete non va oltre il mezzo punto/tre quarti di punto percentuale: a giugno, infatti, la perdita sullo stesso periodo dell’anno pre­cedente era attestata su 9,3 punti per­centuali, a luglio su 8,7 e ad agosto su 8,5, con una variazione nel bimestre dello 0,8  %  in  tutto.

Commenti (4)
  • Gestore eni

    Tutte le analisi che ci propinano i nostri rapp. sindacali sono perfette veritiere raccontano la realta' le cause le responsabilita' dell'attuale nostra drammatica situazione,pero' bisogna finirla di limitarsi alla teoria e' ora di AGIRE passare alla pratica non ci si puo' limitare alle buone intenzioni qua' e' ora di fare basta chiacchere partendo dai dirigenti sindacali i quali dovrebbero essere la guida ed esempio per l'intera categoria e non coloro che con le loro adesioni trascinano tutti quanti (per fortuna non tutti) nell'autodistruzione.

  • mrp80

    Non riesco a capire.
    I nostri rappresentanti sindacali sono anch'essi Gestori, e come tutti noi tirano il carretto, forse non proprio sul piazzale ma pagando dipendenti e spese. Loro hanno la possibilità di parlare, di spiegare come stanno le cose a chi ci governa. Allora perchè non lo fanno? Il 27 luglio è andata come tutti sappiamo, i primi di settembre mi pare che ci sia stato un altro incontro. Cosa hanno detto? Di che cosa hanno parlato? Cosa gli è stato risposto. Io faccio questo lavoro solo da 2 anni, ho solo la licenza media, eppure seguendo tutti i giorni le notizie on line e leggendo i commenti di tutti voi colleghi su questo sito un'idea me la sono fatta. Saprei cosa dire trovandomi faccia a faccia col ministro, terra terra, senza usare le parole "brent, wti, accise mobili ecc..." di cui non capisco il significato, ma magari porterei i miei registri e le note spese per far capire che non si vive più.
    Io non capisco.

  • Gestore esso

    "Tutti i problemi sono dove li abbiamo lasciati a fine luglio"....peccato che ad agosto non abbiamo fatto le ferie e ci siamo fatti massacrare dalla nostra cara "compagnia di Stato" (-40% rispetto ad agosto 2011).
    Parole, parole ,parole....................a quando i fatti???

  • stefano

    Probabilmente ormai siam così abituati a prenderlo nel di dietro che nulla ci tange più...una categoria così credo di non averla mai vista sinora....i fatti cari colleghi dipendon solo da noi ormai e non dai sindacati....LO VOGLIAMO INIZIARE UNO SCIPERO AD OLTRANZA O NO???????? VOGLIAMO METTERT IL GOVERNO IN CONDIZIONI DI DARCI QUEL CHE CI SPETTA O NO????? Decidiamo un giorno e non ordiniamo più nulla da quel giorno in avanti....per chi ha ancora qualcosa in banca pensi a toglier pure quel qualcosa sino ad utilizzare tutto il fido e lasciamo gli impianti vuoti...se qualcuno ci vuol obbligare ad aprire gli dimostriamo con carte alla mano che non disponiamo dei fondi per acquistare carburanti e stop....quando compagnie e governo vorranno sentire finalmente le nostre voci e ci daranno il margine che meritiamo allora forse i fondi per gli acquisti li troveremo altrimenti andiamo avanti così, senza nulla nelle cisterne, vediamo poi che succede.....Ormai mi son rotto il caxxo di aspettare qualcuno dall'alto che risolve i nostri problemi...se vogliamo ottenere qualcosa tiramo fuori gli attributi altrimenti è meglio che ci spariamo tutti subito un colpo in testa, meglio una fine istantanea che una morte lenta e con sofferenza....FORZA UNIAMOCI e ce la potremo fare, altrimenti fuck all people.....

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