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Petrolio Italia, chi restera' a difendere il forte?

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exxo Mobil vendStaffetta Quotidiana - GCA - Se non fosse una battuta di dubbio gusto, verrebbe da scrivere: “sotto a chi tocca, avanti un altro”. Perché veramente la notizia della vendita della raffineria di Augusta della Esso Italiana, una raffineria che Vincenzo Cazzaniga comprò nel 1960 da Angelo Moratti che l'aveva realizzata subito dopo la fine della guerra rimontando in Sicilia una raffineria appena smontata in Texas, è l'ultima di una serie che si sta allungando un po' troppo per non chiedersi dove si andrà a finire.

Una dinamica che solo negli ultimi undici mesi ha registrato la vendita dell'ultimo maxipacchetto di 1.176 punti vendita della rete Esso nell'ambito del “modello grossista” e nel novembre scorso la vendita dell'ultimo e più consistente pezzo di TotalErg, forte tra l'altro di 2.600 punti vendita, del 25% della raffineria di Trecate e del deposito costiero di Pantano di Grano vicino a Roma. Ultimo atto tra l'altro della completa uscita di Erg dal settore petrolifero.

Decisioni che, come prima reazione, portano molti a dire che in Italia non valga più la pena di mantenere un investimento significativo. Tanto più grave se a pensarlo e a farlo fosse un'azienda come la Esso, integrata da sempre in tutta la filiera, che finora aveva sempre smentito con forza e a volte, come fu il caso di William Barnes nel 1987, quasi con fastidio, le ipotesi di volta in volta avanzate sui giornali che potesse lasciare il mercato italiano come avevano già fatto la BP nel 1973, la Shell nel 1974 e la Mobil nel 1990, per citare i casi più eclatanti. Come fa oggi del resto Gianni Murano che, commentando la vendita di Augusta, ribadisce che “il nostro impegno in Italia non viene affatto meno”. Detto forse con ragione se riferito al fatto che di ExxonMobil resta ancora molto sul mercato italiano, a cominciare dal brand sulla rete e dalle garanzie di rifornimento dei prodotti, dalla raffineria di Trecate, dallo stabilimento di Vado Ligure, da un rete importante di depositi, dal terminale di GNL di Rovigo, un po' meno pensando che si tratta di decisioni prese dalla casa madre sulla base di logiche e di confronti con altri paesi che non sono sotto il controllo dei terminali nazionali, quale è in questo caso la Esso Italiana.

Sfruttando soprattutto l'attimo fuggente, sull'esempio di quello che fecero i Garrone quando, giusto dieci anni fa, vendettero la vicina raffineria Isab ai russi della Lukoil. In questo caso battendo proprio i russi che non più tardi del dicembre scorso sembravano in pole position per fare l'affare con la Sonatrach. Parliamo di affare perché in una situazione di crisi quale quella attraversata dalla raffinazione, non solo in Italia ma in tutta Europa, in altri casi l'alternativa è stata quella della chiusura o della conversione in bioraffinerie. Con rischi per i lavoratori coinvolti, in questo caso oltre 700 diretti e oltre 900 nell'indotto, secondo i dati forniti dal sindacato che si è stracciato le vesti perché la notizia non gli è stata comunicata in anticipo, arrivando addirittura a definirla un'imboscata. Cosa, date le circostanze, del tutto inconcepibile. Sotto questo profilo il fatto che la controparte sia la Sonatrach e non, putacaso, un fondo di investimenti è certamente un'importante garanzia. Perché le ragioni dell'acquisto, illustrate dallo stesso presidente della compagnia di Stato algerina, Abdelmoumen Kaddour, dovrebbero garantire un investimento di lunga durata. Tra l'altro il primo investimento fatto all'estero nella raffinazione, sfruttando non solo la prossimità geografica e le relazioni privilegiate con l'Italia nel campo del gas naturale (secondo fornitore in assoluto attraverso il Transmed) e le opportunità di sinergie con la raffineria di Skikda, ma apprezzando altresì gli standard elevati della raffineria in tema di tutela della salute, di sicurezza e di rispetto dell'ambiente. Che sono tipici delle infrastrutture ExxonMobil in tutto il mondo.

Eccellenze che purtroppo, come nel caso di quelle Eni nel campo della ricerca e dello sfruttamento degli idrocarburi, vengono invece troppo spesso dileggiate dagli ambientalisti e di riflesso dalle forze politiche che ad esse si ispirano. Con una martellante richiesta di sempre nuovi paletti e limiti alle loro attività. Rendendo quanto mai difficile la vita a chi resta e aumentando la tentazione di passare la mano. Al crocevia di un passaggio chiave della transizione energetica, come l'ha definito il presidente dell'Unione Petrolifera Claudio Spinaci, in cui il petrolio, e di conseguenza il settore che se ne occupa, dovrà dare ancora un contributo importante alla copertura del fabbisogno energetico italiano, non facile da sostituire.

Per questo la domanda da porsi non è chi sarà il prossimo a lasciare, ma chi resterà a difendere, nonostante tutto, le posizioni. A partire da Eni il cui vertice, non più tardi di ieri all'assemblea degli azionisti, ha annunciato addirittura un confortante aumento degli investimenti in Italia nel piano quadriennale in corso, in particolare nella ricerca e nella raffinazione. Altro che chiudere bottega. E con Eni, le società che ancora costituiscono la spina dorsale del settore, Kupit, Tamoil, Saras, Lukoil, la stessa Esso e ancor più l'Api, di cui si attende con ansia il nuovo piano industriale. Una domanda che dovrebbero farsi innanzitutto le istituzioni e chi si accinge a formare il nuovo Governo per dare al settore quelle certezze che oggi mancano completamente. Indispensabili invece per fare un minimo di programmazione e mantenere una struttura industriale competitiva, sicura e affidabile pur in un mercato in contrazione.

Per gentile concessione di Staffetta Quotidiana 

Commenti (3)
  • Alex  - ironia

    Il cerchio si stringe,
    Epi, eni, Tamoil, gost e pompe bianche (no logo).
    Noi puliamo i vetri, gonfiamo le gomme, controlliamo l'acqua e l'olio, montiamo le spazzole che hanno acquistato nei centri commerciali, rabbocchiamo il nostro stesso lubrificante che hanno acquistato nel centro commerciale ad un prezzo inferiore a quello di acquisto del Gestore, gonfiamo il salvagente per il mare, il gommone per andare a pesca, la bicicletta, paghiamo le commissioni di una carta aziendale, mettiamo a disposizione i bagni quando (il cliente degli altri ) non deve consumare da noi, facciamo il servito più, il più servito, il servito completo, il servito speciale, insomma ci impongono di stare sul piazzale a brache calate, mentre gli altri incassano grandi margini, leciti e non.
    La esso vuole andare via dal italia ?
    Bene, siamo felici, prima devi il 15% del valore del impianto al Gestore, che per anni oltre a custodirlo a subito tutte le tue decisioni e poi può andare dove gli resta comodo.
    Un legale quando chiude una trattativa prende dal 5 al 20% senza rischiare nulla tanto quello che tratta non è suo, quindi il Gestore un 15% lo merita.
    La esso si è comportata come uno che violenta una donna, poi quando finisce gli stringe la mano e va via.
    Quei campioni del antitrust dove sono ????

  • pippo

    Per quanto mi riguarda ,TUTTI possono andarsene e tutti possono arrivare Importante sarebbe che il ns lavoro fosse pagato il giusto .
    Nei p v siamo noi che ci mettiamo la faccia e che facciamo grande o piccola la società di turno non certo quei 4 tirapiedi nei palazzi

  • Alex

    La donna a 15 , i primi sguardi, i primi baci e subito la prima dieta,
    a 25 anni è finita la crescita e la dieta diventa parte integrante della vita,
    a 30 anni dopo il primo parto la dieta x rassodare il corpo,
    a 35 anni la dieta per confrontarsi con le coetanee,
    a 40 dopo il divorzio chiede i viveri ??
    Il Gestore i primi 10 anni lavora con entusiasmo,
    nella speranza di creare un futuro,
    i 10 anni successivi nella consapevolezza di dover sanare i debiti del primo periodo,
    Gli altri e 10 sperando in un cambiamento che possa salvarlo da un destino piatto,
    gli ultimi 10 con la rassegnazione di arrivare a domani,
    La pensione per continuare la vita da poveraccio che è abituato a fare.

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