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Più Gdo, meno negozi: così è cambiata l'Italia con la crisi

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Meno commercio tradizionale, più ristorazione; meno negozi, più grande distribuzione. La recessione scoppiata a fine agosto di dieci anni fa ha trasformato profondamente il volto delle città.

Dal 2007 a oggi, infatti, sono scomparse oltre 108mila imprese del commercio in sede fissa, il 15% del totale. Attività che sono state parzialmente sostituite da pubblici esercizi e attività turistiche e ricettive (+63mila, per un incremento del 16,6%). E c’è il travaso tra piccola e Gd, la cui quota di mercato nel periodo è passata dal 57,7 al 60,2%.

È quanto emerge da uno studio dell’Ufficio economico Confesercenti, elaborato a partire dai dati Istat e dalle rilevazioni dell’Osservatorio su commercio e turismo dell’associazione. Da un lato il dinamismo del settore turistico e dei pubblici esercizi, dall’altro – commenta la presidente della Confesercenti Patrizia De Luise – la sofferenza dei piccoli negozi, schiacciati da una ripresa della spesa delle famiglie che tarda ad arrivare ma anche da un trasferimento delle quote di mercato dai piccoli alla Gdo.

Incide anche l’evoluzione tecnologica, come dimostra l’aumento di negozi web e di imprese che si occupano di distribuzione commerciale tramite vending machine. Un cambiamento dovuto alle modificate abitudini, ai diversi stili di vita, alla “composizione” dei nuclei famigliari, al lavoro “sempre meno fisso e stabile”, ai pasti sempre più consumati al di fuori delle mura domestiche, all’avvento di internet e dell’online, ma anche al fatto che la piccola impresa, quella famigliare ha subìto e pagato, evidenzia Confesercenti, le politiche di liberalizzazione e la mancanza di una vera politica di sostegno.

A scendere, nonostante la crescita degli ultimi anni, anche gli ambulanti, in calo di 17.587 unità. A dare un colpo al commercio, oltre alla recessione, secondo Confesercenti, è stato anche il regime di deregulation dei giorni e degli orari di apertura introdotto a partire da gennaio 2012 dal Governo Monti “che ha favorito solo la grande distribuzione”.

Per quanto riguarda la spesa media delle famiglie, questa nel 2016 ha fatto segnare quota 30.293 euro, 1.492 euro l’anno in meno del 2007. E mentre i consumi alimentari hanno più o meno resistito (-60 euro rispetto al 2007), i non alimentari sono crollati (1.432 euro sotto i livelli pre-crisi). Si salvano solo le spese per l’istruzione, aumentate di 42 euro in media e dei servizi ricettivi e di ristorazione (+26 euro), cui è chiaramente legato l’exploit del settore turistico e di bar e ristoranti.

Analizzando i dati di spesa su base regionale, emerge una maggiore sofferenza della spesa delle famiglie soprattutto nelle regioni del centro sud. La spesa media familiare raggiunge il livello più elevato in Lombardia, dove si attesta a 36.372 euro, riscontrando il valore minimo in Calabria, dove risulta pari a 20.748 euro. Livelli della spesa particolarmente significativi si registrano inoltre in Trentino Alto Adige (36.264), Emilia Romagna (34.848 euro), Valle d’Aosta (33.324 euro) e Toscana (33.036 euro), mentre – oltre alla Calabria – anche Sicilia e Basilicata segnalano valori particolarmente contenuti, pari rispettivamente a 21.888 euro e 23.076 euro l’anno.

Rispetto al 2007, sono ben 14 le regioni che registrano una variazione negativa, che risulta particolarmente consistente in Calabria (-21,6%, pari a -5.628 in valori assoluti), Umbria (-17,5%, –5.711 euro) e Sardegna (-14,3%, -4.251 euro). Variazioni di segno opposto di una certa consistenza, si segnalano solo in Trentino Alto Adige (+7,2%, +2.493 euro in valori assoluti) e Liguria (+3,9%,1.026 euro in più).

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