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Palermo, frode nei carburanti con l'ombra della mafia che gestiva i distributori

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palermo finanzaLe indagini nascono da una verifica fiscale condotta nel 2013 dal gruppo della Guardia di finanza di Palermo nei confronti di uno dei distributori stradali coinvolti.

Durante le attività ispettive i finanzieri hanno scoperto che il sistema di misurazione delle quantità erogate era stato manomesso, così da far apparire di aver venduto un numero di litri superiore rispetto a quello effettivamente consegnato al cliente.

Inoltre, nell'occasione è stata trovata un’importante documentazione che ha svelato l’esistenza di una vera e propria «centrale« criminale che si occupava della frode in commercio di carburanti e della frode fiscale.

I successivi accertamenti hanno permesso di confermare l'esistenza di una associazione per delinquere che, attraverso la fittizia intestazione a prestanome di una serie di distributori, ha realizzato una grossa frode fiscale: sarebbero state emesse fatture per operazioni inesistenti per quasi 38 milioni di euro e, in conseguenza, è stato causato un danno allo Stato da mancato incasso di Iva per quasi 7 milioni di euro.

Inoltre, i finanzieri hanno verificato anche una evasione delle imposte dovute su carburanti e lubrificanti per circa 2,5 milioni di euro, realizzata attraverso l’alterazione dei misuratori degli impianti di distribuzione, l’importazione illecita di olio lubrificante dall’Albania e la vendita di gasolio destinato al rifornimento delle navi (che è esente da accisa) come normale carburante per autotrazione.

Le indagini hanno anche consentito di evidenziare l’interesse di «cosa nostra» nel settore dei distributori vista la presenza, nell'organizzazione criminale, di persone vicine alla mafia, come Cosimo Vernengo, già sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, che , insieme al fratello Giorgio, sarebbe stato il vero gestore dei distributori di carburante e la mente della frode. Gli indagati comunque non sono accusati di reati di mafia.

I capi della banda sono considerati i fratelli Cosimo e Giorgio Vernengo, ma ai loro ordini ci sarebbero stati decine di personaggi. In tutto gli indagati sono 43, ad aprire la lista sono i titolari formali degli impianti, (quelli reali sarebbero stati i Vernengo) e sono indagati a piede libero per fittizia intestazione di beni. Quello di via Gustavo Roccella 161 era Alberto Melilli, 46 anni. Non a caso il suo nome è in cima all'elenco dei 43 indagati, l'indagine dell'ex nucleo di polizia tributaria (oggi polizia economica finanziaria), scattata nel 2013, partì proprio da un controllo in quel distributore.

Le fiamme gialle scoprirono che c'era un congegno elettronico interrato sotto il manto stradale «in grado di interagire con le colonnine scrive il gip Walter Turturici - ed alterarne i livelli di erogazione. Si è accertato che l'azionamento del congegno elettronico fosse atto a determinare una frode quantificata nell'8 per cento circa sul carburante erogato». Ma era solo l'inizio. Dentro l'impianto c'erano diversi documenti che riguardavano altri distributori sparsi in mezza città che in teoria non c'entravano nulla con quello di via Roccella, si scoprirà poi che invece c'entravano eccome. Erano tutti dei fratelli Vernengo.

I finanzieri interrogano subito il titolare, Melilli, che conferma quello che non può smentire. Ovvero l'imbroglio del congegno nascosto. Ma anche questo era un trucco. «Il concreto funzionamento del meccanismo è stato confermato dallo stesso Melilli - scrive il gip -, nel corso dell'interrogatorio ha testualmente riferito : "Ammetto di aver commesso tutti i reati che mi sono stati contestati. Sono stati da me commessi solo ed esclusivamente a causa delle mie precarie condizioni economiche che mi hanno indotto ad accettare la collaborazione di un tale Luca il quale installò presso il mio distributore un sistema elettronico telecomandato che, attivato, consentiva una ridotta erogazione dei carburanti, pari a circa il 6% in meno, ai clienti. Attività che mi consentiva un maggiore guadagno».

Dunque il presunto prestanome stava iniziando a collaborare con la giustizia? Macché. «Lungi dal costituire una collaborazione con l'autorità giudiziaria - scrive ancora il giudice -, le dichiarazioni avevano il fine precipuo di fuorviare le indagini per favorire gli interessi dell'organizzazione criminale nella quale Melilli era pienamente inserito». In sostanza, secondo l'accusa, il titolare dell'impianto ammetteva il raggiro contro i consumatori, ma taceva quello ancora più grosso a carico dello Stato. Migliaia e migliaia di litri di carburante acquistato senza pagare Iva e accisa, sostiene l'accusa, finte esportazioni all'estero, frode in commercio, società cartiere che sfornavano documenti fasulli e false fatturazioni, tutto gestito dal clan dei Vernengo.

L'impianto Esso di via Leonardo da Vinci era gestito da Veronica Vizzini; l'ex Erg di viale Campania da Giovanni Paganello; l'Ip di corso Tukoryda Carmelo Genovese e l'Esso di via Messina Marine sempre da Paganello. In tutti questi impianti i finanzieri hanno trovato dei sistemi che «alteravano i misuratori dell'impianto di distribuzione - si legge nei capi d'imputazione -, mediante la manomissione dei contatori volumetrici e dei sistemi di erogazione». Segno che, spiegano gli inquirenti, nascondevano quantità rilevanti di prodotto acquistato in nero. In quasi tutti, 4 su 5, veniva erogato meno prodotto rispetto a quello acquistato, con una percentuale che va dal 5 all'8 per cento in meno. Fa eccezione soltanto quello di corso Tukory che in compenso aveva un'altra magagna. Aveva l'insegna Ip, ma in realtà vendeva carburanti «per qualità e provenienza diversa da quella dichiarata». Da dove proveniva? Chissà, di sicuro secondo i finanzieri non era stato acquistato dalla Ip. In questo distributore ci sarebbe stato un altro gestore oltre a Genovese, ovvero Cristofalo Di Caccamo. Per Melilli, Genovese, Paganello e Di Caccamo, il gip Turturici ha disposto l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

Commenti (5)
  • Anonimo

    e a noi poverini ci contestano il 3 per mille.......

    per forza, li' ci sono altre leggi....è un'altra nazione perchè è divisa dal mare.

  • fabio

    4 ani per un'indagine.....ma i controlli dei sigilli chi li faceva?
    Le compagnie dove erano?
    Le verifiche biennali..............?
    Connivenza di molti.......

  • Anonimo

    tanto fra una settimana staranno tutti ai loro posti come se nulla fosse successo come hanno fatto un paio di mesi fa quando hanno bloccato le raffinerie eni tutto e tornato come prima

  • Anonimo

    signori------ questa e l'italia un paese di santi navigatori e corrotti

  • Alex

    Insomma un meccanismo simile a quello della descritto da pochi social nei giorni scorsi quando le GdF hanno sequestrato per 4 giorni 13 depositi della stessa madre e pochi ne hanno parlato

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